CALCIO D’INIZIO

Poi c’era il subbuteo. Ti ricordi, Marco? Che per noi era il subbbutéo, cioè con le b molto cariche psicologicamente e l’accento sul teo, a testimoniare un atteggiamento spregiudicato in attacco. Due sole squadre: tu avevi il mitico Brasile di Pelè, io lo sfigatissimo Torino di Pulici e Zaccarelli. Facevamo partite che duravano tutto il pomeriggio e finivano con punteggi da pallacanestro, tipo 116 a 9. Il 9 ero io. Poi, nel giro di una estate a Santa Severa… finito tutto! Tu cominciasti a passare tutto il tempo con una ragazzina moretta dagli occhi azzurri e le treccine sbarazzine, Alessia. Stesso nome di altre 10 ragazzine dello stabilimento, more e con treccine sbarazzine. Che cosa ci trovavi poi… no, dico, a parte quei seni da diciottenne che ostentava civettamente sotto la maglietta da tredicenne, che ci trovavi?
Io ti proponevo certi castelli di sabbia da paura… ormai nella mia solitudine avevo affinato la tecnica. Una volta ne ho fatto uno che sembrava la reggia di Caserta. Sopra c’era pure un vincolo della soprintendenza. Niente. Tu continuavi a preferire le passeggiate sulla spiaggia con Alessia, i lenti dei Matia Bazar con Alessia, certi giochi nuovi che dicevi sapere solo tu e Alessia. Ma non c’erano giochi più belli del San Siro da 470 grammi e non c’erano luoghi più belli del nostro campo sterrato. E pensavo: “bambini, uniamoci! Facciamo qualcosa, fermiamo il tempo, scriviamo al signor Panini!”
Invece si diventa adulti. Ci si diventa così, all’improvviso, proprio come questa frase, inaspettata. Lasciando sottintendere chissà quali altre e avvincenti frasi l’abbiano preceduta e ad essa legate da tali e tanti legami di consequenzialità da sembrare inevitabile, un bel giorno, diventare adulti.
Si diventa adulti così, senza un motivo preciso. Senza precisamente accorgersi dell’incredibile accadimento.
Non eravamo pronti. Non eravamo stati avvertiti. Non c’era più tempo utile per dare disdetta. Ne la prontezza per un Ctrl-c tempestivo, che avrebbe interrotto quel comando dato per errore.
Abbiamo così cambiato campo di gioco, sperando che il signor Panini non se ne accorgesse.
Ci avrebbe incontrato in uffici in terra battuta, ci avrebbe visti fare porte coi nostri maglioni, dietro le quali aspettare i nostri figli venire al mondo, ci avrebbe guardato scambiare le sue figurine con compagni di banca ripetenti e smaliziati.
Fai finta di niente, Marco, forse c’è cascato.
Ti aspetto anche stasera al solito posto, ho gonfiato il San Siro, ho fatto le porte. E’ un teatro su campo sterrato, ma ci si gioca che pare vero.